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Natura morta, dagherrotipo del 1837, ad opera di Louis Daguerre |
«Fotografare significa che io ho in mente la “Gioconda”, la incontro, e la immortalo in uno scatto anziché dipingerla. Mi concentro, ci metto magari quattro minuti, e viene fuori un'immagine la cui intensità poetica ha dentro tutto il mio spirito, di me che l'ho vista, e lo spirito di lei, la persona o anche la cosa che ho di fronte, l'anima che io le "rubo" attraverso la macchina fotografica…
…E poi la fotografia permette enormi progressi. A parte la componente tecnologica, e a parte il fatto che esistono i Leonardo della fotografia, che con l'obiettivo in mano ottengono lo stesso risultato della “Gioconda”, la cosa fondamentale è che si tratta di un'arte democratica. Incarna ciò che voleva Andy Warhol: ognuno di noi può realizzare un'opera immortale, e ogni giorno la riproduzione del mondo - cioè la “mìmesis” che la fotografia consente - fa elaborare, adesso soprattutto attraverso i telefonini, una quantità di immagini così spropositata da restituirci la possibilità creativa come opzione individuale, non rappresentativa di qualcuno che la concretizzi per noi.
Sappiamo che, oggi, al mondo, ci sono 5,9 miliardi di telefonini e 7,9 miliardi di schede SIM, un numero superiore a quello della popolazione mondiale. Se ognuno fa dieci scatti al giorno, come più o meno può capitare, sono sessanta miliardi di immagini. Al giorno. Certo, non saranno tutte la Gioconda, e anzi saranno composte perlopiù da anonime foto di parenti o di paesaggi, ma ti consentono di elaborare una strategia della mente rispetto al reale che diventa immagine…»
(Vittorio Sgarbi da «Il bene e il male. Arte, Scienza, Dio» di Giulio Giorello e Vittorio Sgarbi, edizioni «La Nave di Teseo +», pag. 153)
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